Nell'estate del '68 tutti volevano essere Gigi Rizzi
Se per diventare un playboy bastasse il look non ci sarebbero dubbi: camicia a fiori aperta, capello lungo, basette pronunciate e collana al collo. Era questo il look che, nell’estate del 1968, caratterizzava Les Italiens (anche detti i moschettieri di Saint-Tropez).
Un gruppo di ragazzi italiani che infiammava le notti di Saint Tropez in nome della “religione del divertimento”. I loro nomi? Beppe Piroddi, Franco Rapetti, Rodolfo Parisi, Gianfranco Piacentini, ma soprattutto Gigi Rizzi. L’italiano più invidiato di tutti, capace di far cadere ai suoi piedi la donna più desiderata al mondo: Brigitte Bardot.
Figlio di imprenditori piacentini Gigi Rizzi era il simbolo della dolce vita italiana, già prima che il suo nome si legasse a quello di BB. La costa azzurra delle notti fuori controllo, dei paparazzi e delle bellezze in bikini, è il suo regno ed è lì che incontrerà la sua regina, almeno per un’estate. La storia tra lui e Brigitte Bardot comincia come la più classica delle liaison estive. Tramite un’amica in comune Rizzi entra nel giro dell’attrice e, dopo bicchiere di rosé e un piedino sfrontato, è fatta. In un’intervista alla Rai Rizzi racconta la loro storia così: “L’amore platonico di anni prima diventa vero”
La loro relazione fa impazzire la cronaca rosa del tempo. “Ci amiamo troppo per sposarci” riportano i rotocalchi dell’epoca. Rizzi diventa una leggenda. Gianmarco Schiavi, penna del Corriere della Sera e autore del libro “Ho ammazzato Gigi Rizzi”, afferma: “In quell’anno passato alla storia con Che Guevara e Bernard Gigi Rizzi aveva trafitto l’orgoglio di Francia”
Quella tra Rizzi e Brigitte Bardot non è stata semplicemente l’ultima follia della della costa azzurra. La loro storia è la fotografia di un mondo che le piazze in rivolta dell’anno dopo avrebbero cambiato per sempre. Un racconto di fatto di libertà e trasgressione vissute con innocenza. Andare a piedi scalzi nei locali, vivere notti infinite tra balli, champagne e fughe dai paparazzi che hanno il merito di averci lasciato le immagini di un mondo che possiamo solo ricordare.





