Chi porta giacca e camicia sa cosa è Marinella - Alessandro Marinella
Oltre il 95% dei marchi a conduzione familiare si spegne entro la terza generazione. Marinella, fondata a Napoli nel 1914, no. Abbiamo chiesto ad Alessandro — classe ’95, oggi general manager — come si fa a restare rilevanti per oltre un secolo senza snaturarsi.
La parte più difficile di gestire un brand ereditato, che gli altri non vedono?
La prima è essere paragonato costantemente al tuo predecessore nella gestione dell’azienda. La seconda è salire su un treno già in corsa, con procedure e persone a cui devi adattarti. Molte imprese si spengono dopo due o tre generazioni perché spesso non si è abbastanza lungimiranti da costruire aziende capaci di camminare da sole.
Oggi sei General Manager di E. Marinella S.r.l., di cosa ti occupi ogni giorno?
Mi occupo di tutta l’organizzazione aziendale: dalle persone da assumere e la definizione delle loro mansioni, alla gestione dei rapporti con i fornitori e con il magazzino. Seguo le ordinazioni, coordino i responsabili commerciali e retail e, soprattutto, lavoro a stretto contatto con la contabilità per capire davvero come sta andando l’azienda.
Qual è il rischio numero uno per un brand come Marinella oggi?
Il rischio è non diversificare e non innovare. Marinella ha una grandissima brand awareness: chi oggi indossa camicia e giacca conosce sicuramente Marinella. La sfida è restare appetibili per questa nicchia senza tradirla mai e, allo stesso tempo, ampliare l’offerta per raggiungere nuove nicchie.
Qual è la persona più famosa a cui hai venduto una cravatta, e cosa ti ha lasciato?
La persona che è ancora dedicata alla vendita è mio padre, e ne ha vendute a moltissime persone rilevanti: Berlusconi, Macron, durante il G7 del ’94 a diversi capi di Stato, ultimamente anche a Donald Trump, e poi Carlo d’Inghilterra, 007. Un giorno mi piacerebbe “incravattare” il Papa.
Qual è il dettaglio che fa capire subito che è una cravatta Marinella, anche a chi non se ne intende?
Quando vedo una cravatta capisco se è nostra da 10–15 dettagli contemporaneamente: il disegno deve essere centrato, il tipo di cucitura, l’etichetta rivolta al contrario, la fantasia, il tipo di stampa. Il primo elemento distintivo, e me lo dicono spesso anche i clienti, è proprio la fantasia, insieme alla qualità della stampa.
Come racconteresti Marinella a un ragazzo sotto i 20 anni?
Non parlerei di prodotto. Gli regalerei un’emozione e gli direi che Marinella è stata la cravatta indossata da alcune delle persone più grandi e potenti del mondo, esposta al MoMA e portata persino da 007. Spero che questo possa accendere una luce negli occhi di un giovane.
Molti dicono che la manodopera italiana oggi non esista più, tu come rispondi?
Non è assolutamente vero, si è solo ridotta tantissimo. L’Italia è sempre stata povera di materie prime, ma ricca di know-how, in particolare nel saper fare con le mani. È per questo che ci siamo sempre distinti, e una cosa del genere non accade in nessun altro Paese al mondo. Ci sono molti meno artigiani, ma le tecniche restano quelle tramandate di generazione in generazione, oggi anche con l’implementazione di nuove tecnologie.
A chi, del presente o del passato, avresti voluto vedere indossare una cravatta Marinella?
Sono davvero tanti: persone che, nei rispettivi campi, sono diventate numeri uno. Gandhi, Einstein, Maradona, Pelé, CR7, Federer, Sinner, Michael Jordan, Elon Musk, Steve Jobs.
Cosa non cambierai mai di Marinella, perché è ciò che ti rende più fiero?
Non cambierei mai l’artigianato, il fatto a mano e l’unicità. Quando un oggetto è unico e viene scelto per un momento importante, resta per sempre legato a un ricordo. E non è unico solo per la fantasia, la cucitura o le imperfezioni, ma per quello che evoca.




